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sabato 2 aprile 2022

Kit protettivi per fitofarmaci in agricoltura




Fitosanitari e Pesticidi: DPI per contrastare l'Assorbimento


E’ noto che la valutazione del rischio chimico si basa sulla misura della dose di prodotto assorbita dal lavoratore, e quindi su misure ambientali o biologiche condotte sul luogo di lavoro e sui lavoratori.


Tuttavia, in agricoltura non è realisticamente possibile effettuare una valutazione del rischio chimico tramite misurazioni dirette condotte in modo sistematico per la variabilità delle condizioni ambientali e dei compiti, la molteplicità della mansioni, i costi relativamente elevati e la scarsa rappresentatività delle analisi.


L'adozione di DPI per la protezione delle vie respiratorie, della cute, degli occhi, l'impiego dell'abbigliamento protettivo è in fase di crescita nel settore agricolo, in parallelo con la maggiore consapevolezza della necessità di tutelare la salute degli operatori che si riscontra nella società e nel mondo del lavoro in generale. Tuttavia, molti operatori adottano soluzioni poco efficaci. Bisogna infatti fornire un'efficace barriera alle sostanze comunemente usate in agricoltura, come 
fitofarmaci, fertilizzanti e prodotti chimici di vario genere.


A tale scopo è stato progettato e realizzato questo KIT specifico.

Kit protettivo BIZTEX® per irrorazione delle sostanze comunemente usate in agricoltura, come fitofarmaci, fertilizzanti e prodotti chimici di vario genere.
La confezione contiene:
  • 1 Semimaschera antigas EN140 + 2 filtri EN14367 EN143
  • 1 paio di Guanti EN374 EN388 cat. III Tg.9-1/2
  • 1 Occhiale maschera ventilato protezione chimica EN166 1B
  • 1 Tuta monouso ma riutilizzabile termosaldata tipo 4/5/6 XL EN 14605 TIPO 4 EN 13034 TIPO 6 EN ISO 13982 TIPO 5 EN 1149-5 EN 14126 EN 1073-2  



  





L’insorgenza di tumori può essere provocata da fattori ereditari, che non possono essere modificati e da fattori ambientali e comportamentali, che sono potenzialmente modificabili e controllabili. E si stima che all’insieme dei fattori ambientali e comportamentali sia attribuibile circa l’80 - 90% di tutti i tumori che insorgono nella popolazione generale.

E se con il termine cancerogeno s’identifica “la capacità di un agente di indurre o di promuovere tumori, cioè di favorire il processo di cancerogenesi nei diversi stadi del suo sviluppo”, con il termine agenti cancerogeni occupazionali si definiscono “quegli agenti e circostanze di esposizione risultati associati all’ insorgenza di tumori in studi epidemiologici che hanno esaminato gruppi di lavoratori esposti per motivi lavorativi, oppure in adeguati studi a lungo termine con animali da esperimento, anche se le prove risultanti dagli studi epidemiologici sono limitate”.

Le sostanze chimiche impiegate nel settore cerealicolo possono causare effetti acuti o cronici.

Effetti ACUTI
Gli effetti acuti, che compaiono a breve distanza dall’esposizione, possono essere di vario tipo, comprendendo irritazioni cutanee e oculari, cefalea, nausea, vomito, diarrea, disturbi dell’equilibrio, tremori, fino a gravi perdite di coscienza (e decesso in caso di dosi molto elevate). 

Effetti CRONICI
Gli effetti cronici possono, ad esempio, comprendere “polinevriti periferiche da organofosforici, nefropatie da dicloroetano”. Si sospetta “che l’esposizione a pesticidi possa aumentare la frequenza di malattia di Parkinson, sebbene ulteriori ricerche siano necessarie per confermare questa ipotesi e per individuare quali principi attivi siano responsabili di questo effetto. Altri effetti dovuti alla esposizione ai fitofarmaci comprendono disturbi del sistema immunitario sotto forma sia di allergie che di immuno-soppressione. Vi sono inoltre forti sospetti che alcuni composti siano cancerogeni e dannosi per la riproduzione”.

In relazione ai fitosanitari occorre ricordare, ad esempio, che prima delle fasi di lavorazione che comprendono l’uso dei prodotti chimici sarà necessario valutare l’entità del rischio, procedere alla acquisizione di tutte le informazioni necessarie, comprendenti la lista completa dei prodotti utilizzati e dei loro quantitativi, le schede di sicurezza e l’etichettatura dei singoli prodotti, l’individuazione dei principi attivi dei fitofarmaci, con le loro caratteristiche chimiche ed il profilo tossicologico (tipo di tossicità e valori limite di esposizione da non superare). La classificazione dei prodotti in carico alle singole aziende va effettuata considerando le diverse tipologie di fitofarmaci che più frequentemente vengono impiegati. Sono da valutare e considerare anche i tempi di esposizione, con riferimento anche ai monitoraggi ambientali e biologici.

Le sostanze chimiche possono penetrare nell’organismo attraverso la via respiratoria, cutanea e digerente, è fondamentale l’impiego di Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) per impedire il passaggio delle sostanze attraverso queste tre vie. 

E’ quindi importante l'uso scrupoloso dei dispositivi di protezione individuale sia durante la preparazione della miscela che durante la distribuzione del prodotto: occhiali o visiera, maschere e filtri adeguati al contaminante, tuta, guanti in neoprene, nitrile, pvc o pva in relazione al tipo di contaminante, sovrascarpe, stivali o calzature antinfortunistici. L’uso della tuta è fondamentale in quanto la contaminazione cutanea è una delle principali vie di assorbimento delle sostanze. Tuttavia la tuta in cotone non offre alcuna barriera alla penetrazione e perciò sono necessari degli specifici indumenti barriera (minimo categoria 3 tipo 4 - 5 - 6 protezione NBC), Queste tute proteggono i lavoratori da materiali pericolosi durante la manipolazione di sostanze chimiche conosciute.



giovedì 27 giugno 2013

AGRICOLTURA: Rischi da sovraccarico per gli Arti Superiori



Schede di rischio da sovraccarico biomeccanico degli arti superiori nei comparti dell’agricoltura (ma vale anche per la piccola industria, l’artigianato).

Diverse attività agricole, ad esempio in relazione alla potatura e piantumazione di alberi da frutto o alla coltivazioni di frutti da bosco, possono presentare rischi da sovraccarico biomeccanico degli arti superiori.

Per raccogliere alcune informazioni sui rischi e sugli interventi di prevenzione nelle attività di potatura e piantumazione di alberi da frutto o di raccolta dei frutti, ecco alcune schede contenute nella monografia Inail dal titolo: "Schede di rischio da sovraccarico biomeccanico degli arti superiori nei comparti della piccola industria, dell’artigianato e dell’agricoltura", pubblicazione: Consulenza Tecnica Accertamento Rischi e Prevenzione (Contarp) Direzione Regionale Marche, Direzione Regionale Liguria, Direzione Regionale Toscana.
Autori: Ugo Caselli, Chiara Breschi, Raffaella Compagnoni, Marina Mameli, Eleonora Mastrominico, Daniela Sarto con la collaborazione di Silvia Mochi.

Le schede raccolte si prefiggono l’obiettivo di fornire utili indicazioni “al fine di individuare, fra le diverse lavorazioni svolte, quelle responsabili di esporre i lavoratori al rischio da sovraccarico biomeccanico degli arti superiori”. 

Le schede “non rappresentano uno strumento fai da te per la valutazione del rischio da sovraccarico”.

Scheda 1 - Potatura invernale vite con forbici manuali 
In questa attività l’operatore procede alla “potatura delle viti disposte in filari, tramite l’utilizzo di forbici manuali con presenza di molla di ritorno”. Generalmente la potatura invernale in vigneto viene portata a termine nel mese di marzo, “sfruttando le giornate meteorologicamente favorevoli, in numero direttamente correlabile all’estensione del vigneto ed anche al numero di operatori presenti.  Ne consegue di norma, la necessità di dedicare a tale compito l’intera giornata lavorativa”.
Dopo aver descritto nel dettaglio i fattori di rischio e indicato un rischio medio per attività di 8 ore, si suggerisce di “procedere ad una pre-potatura meccanica dei filari al fine dell’eliminazione dei rami posti ad altezza superiore a 1.30 - 1.50 m, in modo che l’operatore non sia costretto a lavorare (per tempistiche variabili) con le mani poste al di sopra delle spalle o addirittura del capo. Idoneo l’uso di forbici ergonomiche con molla di ritorno”.

Scheda 2 - Potatura invernale albicocco con forbici elettroniche 
In questo caso l’operatore procede alla potatura delle piante di albicocco tramite l’utilizzo di forbici elettroniche “corredate di bretella porta batteria a spalla”.
In questo caso in relazione al “mantenimento (azione tecnica statica prevalente) delle forbici con l’arto dx per tutto il ciclo, alla “presenza di stereotipia elevata a carico di entrambi gli arti”, alla necessaria applicazione di forza di grado lieve, alle particolari posture necessarie è indicato un rischio elevato per adibizioni, per attività uguali o superiori a 4h.
Per la potatura invernale degli albicocchi, portata a termine nel tardo inverno/inizio primavera, “è possibile, ai fini prevenzionali, procedere su due livelli d’azione:
-miglioramento delle caratteristiche del frutteto: “attuare interventi sulla coltura con la limitazione in altezza delle piante, favorendo al contempo l’allargamento della chioma e disponendo le piante stesse a distanza opportuna e possibilmente su fondi non in pendenza, così da facilitare l’operatore nella fase di potatura”;
-introduzione di adeguati utensili: “idoneo l’uso di forbici elettroniche di facile e pratico utilizzo, di dimensioni e peso contenuti, al fine di annullare l’applicazione di forza. Auspicabile l’adozione di forbici montate su asta telescopica regolabile, per ridurre il carico sulle spalle”.

Scheda 3 - Raccolta mele 
Anche per la raccolta mele ci può essere un rischio elevato per gli operatori. Durante tale tipologia di raccolta l’operatore provvede a:
- “raccogliere manualmente le mele al fine di deporle in una cesta appoggiata sul terreno, operando al contempo la selezione fra quelle commerciabili e le mele non commerciabili;
- trasportare la cesta sul pianale del mezzo di trasporto in uso;
- trasferire le mele dalle ceste in apposite cassette”.
Per prevenire rischi da sovraccarico biomeccanico è necessario, anche in questo caso, “attuare interventi sulla coltura con la limitazione in altezza delle piante, favorendo al contempo l’allargamento della chioma e disponendo le piante stesse a distanza opportuna e possibilmente su fondi non in pendenza, così da facilitare l’operatore nella fase di raccolta”.
Ed è bene non dimenticare che “con un’adibizione giornaliera alla suddetta attività inferiore a 4 ore, i rischi a carico dell’arto dx potrebbero anche essere di lieve entità e quelli all’arto sx di entità molto lieve/accettabile”.

Scheda 4 - Piantumazione fragole 
Per la piantumazione l’operatore “procede alla zappatura del terreno con una paletta, poi riduce, con le forbici, le radichette di ciascuna piantina ed infine inserisce nel terreno queste ultime singolarmente, con l’ausilio di un’apposita forchetta”. Piantumazione che viene “portata a termine in estate, generalmente a fine luglio, sfruttando le giornate meteorologicamente favorevoli in numero direttamente correlabile all’estensione del fondo ed anche al numero di operatori presenti”.
In particolare in questa attività spesso gli operatori, “nel portare a termine il compito in esame, mantengono la postura inginocchiata/accovacciata, alzandosi in piedi solamente per spostarsi lungo il filare e per prelevare le cassette ricolme di piantine da piantumare”.
Si indica che la pacciamatura, la copertura, “con film plastico dei filari di fragole, con la disposizione a distanza opportuna delle singole piantine, oltre che incrementare la produttività, agevola l’operatore nel corretto posizionamento delle singole piantine”.
Come per la raccolta delle mele se il lavoratore è adibito giornalmente alla piantumazione delle fragole per un tempo inferiore a 4 ore, “i rischi a carico dell’arto dx potrebbero essere di entità lieve/molto lieve e quelli all’arto sx di entità molto lieve/accettabile” (dalle 6 ore in su il rischio è elevato).

Scheda 5 - Raccolta fragole
In questo caso l’operatore “procede manualmente alla raccolta delle fragole, operando la selezione fra quelle commerciabili e le fragole non commerciabili. Le fragole raccolte vengono poste in appositi contenitori di plastica (600 - 800 g di peso ciascuno, a pieno carico), a loro volta posizionati in cassette (n. 10 contenitori a cassetta)”. Anche in questo caso gli operatori, nel portare a termine la raccolta, “mantengono la postura inginocchiata/accovacciata, alzandosi in piedi solamente per spostarsi lungo il filare e per posizionare i contenitori in plastica. Nel ciclo lavorativo analizzato non è stata considerata la movimentazione delle cassette dal mezzo in uso al fondo e viceversa”.
Valgono gli stessi interventi di prevenzione visti per la fase di piantumazione. In questo caso si arriva ad un rischio elevato se l’operatore è adibito alla raccolta per almeno otto ore (rischio medio, per l’arto dx da 4h in su).

Scheda 6 - Raccolta olive con abbacchiatore elettromeccanico
Concludiamo con alcune indicazioni relative alla coltivazione di frutti oleosi. In questo caso l’operatore “con apposito abbacchiatore (agevolatore) elettromeccanico, procede alla raccolta delle olive”. Nella scheda si fa riferimento a un abbacchiatore elettromeccanico “corredato di asta telescopica di lunghezza regolata a 2.5 m e batteria collocata in apposito zainetto a spalla”.
A livello preventivo è possibile procedere su due livelli d’azione:
-miglioramento delle caratteristiche dell’oliveto: “necessario attuare interventi sulla coltura con la limitazione in altezza delle piante, favorendo al contempo l’allargamento della chioma e disponendo le piante stesse a distanza opportuna e su fondi possibilmente non in pendenza, così da facilitare l’operatore nella fase di raccolta”;
-introduzione di adeguati utensili: “idoneo l’uso di abbacchiatori di facile e pratico utilizzo, di dimensioni e peso contenuti, con presenza di asta telescopica regolabile, oltre che caratterizzati da modesti valori di vibrazioni meccaniche indotte al sistema mano-braccio”.
La scheda sottolinea inoltre che l’operatore,  contestualmente alla raccolta delle olive, può portare a termine “anche fasi lavorative non ripetitive, quali la stesura dei teli, l’incassettamento delle olive e la movimentazione delle cassette di olive”.

Ricordiamo sempre un adeguato ABBIGLIAMENTO Tecnico Specialistico per i lavori che si svolgono nei settori AGRICOLO E FORESTALE, flessibile ed intercambiabile, per lavorare in condizioni confortevoli anche in caso di freddo, pioggia, umidità, ect.






martedì 30 agosto 2011

AGRICOLTURA: Rischi di Allergie

Sostanze allergizzanti irritanti


Si possono fornire suggerimenti in relazione alla valutazione del rischio allergologico in agricoltura con riferimento anche ad alcune proposte di dosi-soglia.

Definizioni
• Fertilizzanti minerali per concimazione terreno
• Fitofarmaci per diserbo erbe infestanti + controllo malattie infettive e parassiti. 
• Sostanze chimiche impiegate nella concia delle sementi e nella disinfestazione dei locali destinati a conservazione e condizionamento. 
• Detergenti e lubrificanti utilizzati nella cura delle attrezzature

Non tutte le sostanze possono indurre allergia ma il numero di allergeni è elevato e tende ad aumentare.


Effetti sulla Salute

 Acuti accidentali con esposizione elevata in tempi brevi. Irritazioni cutanee e oculari, cefalea, nausea, vomito, diarrea, disturbi dell’equilibrio, tremori, fino a grave perdite di coscienza e decesso. 
• Cronici da esposizioni protratte di minore entità con accumulo in organi ricchi di tessuto adiposo quali sistema nervoso e rene. Polinevriti periferiche da 
organofosforici, nefropatie da dicloroetano e comporti rameici. Effetti pre-clinici neurocomportamentali e renali
• L’esposizione a pesticidi quali Maneb sembra aumentare 
la frequenza di malattia di Parkinson.


Conseguenze
- dermatiti allergiche da contatto (DAC): ad esempio causate da gomma (es. tiurami, tiazoli), olii/combustibili, metalli, piante/fiori (primula, tulipano, lattuga, girasole, carciofo, cicoria ecc.), fungicidi, insetticidi, acaricidi, diserbanti, ect.


- orticaria: ad esempio causate da cereali + acari contaminanti, polveri, fieno, paglia, verdure/frutta, piante/ fiori , disinfettanti, insetti e larve, ect.


- dermatiti da contatto con sostanze aerodisperse (Airborne Contact Dermatitis o ACD): causate da pesticidi, disinfettanti (benzalconio cloruro, fenoli);
- asma allergico: anche in questo caso sono tante le sostanze che possono causarla. Nella popolazione agricola “ha una frequenza variabile dal 3% al 11.8%”;


- rinite allergica: in particolare la “rinite allergica da cereali e granaglie (e relativi contaminanti) insorge, secondo i dati di letteratura, nel 9-28% degli esposti”;


- alveolite allergica estrinseca (AAE) o polmonite da ipersensibilità o “polmone del contadino”: la frequenza di “farmer’s lung” in Italia è “stimata tra l’1.5% e il 3% degli esposti (2003)”;


- sindrome tossica da polveri organiche (Organic dust toxic syndrome ODTS): “incidenza 20-190/10.000 agricoltori/anno”;
- micosi broncopolmonare allergica (rara);
- patologie cutanee e respiratorie su base irritativa.


Misure di prevenzione:
- controllo dei fattori di rischio alla fonte (prevenzione ambientale): eliminazione/sostituzione, riduzione consumo/impiego, riduzione esposizione (es. corretto essiccamento foraggi, prodotti granulari o liquidi anziche in polvere, miscelazioni automatiche in cicli chiusi o parzialmente chiusi, mezzi cabinati con ventilazione controllata);
- informazione/formazione dei lavoratori (fondamentale per la percezione/consapevolezza dei rischi);
- adozione di specifici DPI.


Cancerogeni e mutageni
“In passato sono state impiegate come antiparassitari alcune sostanze etichettate R 40, R45, R49, R68, per le quali è stato accertato un effetto cancerogeno a livello di vari organi e apparati. L’utilizzo di queste sostanze è stato progressivamente limitato e vietato da specifiche disposizioni del Ministero della Sanità.
Per quanto riguarda la lista di pesticidi e anticrittogamici di attuale utilizzo, per tutti quelli indicati nella classificazione della CEE non esiste alcuna frase di rischio o numero inerente la possibilità di sviluppo di cancro: R 45, R 46, R 48, R 49.
Al di là di quanto disposto dalla normativa vigente in tema di cancerogeni, è opportuno considerare anche le valutazioni delle principali agenzie specializzate nella valutazione della cancerogenicità delle sostanze, quali CCTN (Commissione Consultiva Tossicologica Nazionale) e IARC (Agenzia Internazionale di Ricerca sul Cancro, Lione). A tale proposito si rileva che nel 1991 l’attività di applicazione di insetticidi è stata classificata dalla IARC probabilmente cancerogena per l’uomo. Tuttavia, è necessario precisare che per gli agenti attualmente utilizzati in cerealicoltura, la IARC fornisce solo una possibilità che siano cancerogeni per gli animali ma non esiste alcuna prova per l’uomo né tanto meno che siano organo o tessuto specifici”.


Consiglio la lettura di:

Linee Guida per la Sorveglianza Sanitaria e la prevenzione dei rischi per la salute e la sicurezza nel settore cerealicolo
www.aslbrescia.it/media/documenti/rischi_agricoltura/Atti%20congressuali%20-%20Montichiari%202010.pdf

I profili di rischio nei comparti produttivi dell’artigianato, delle piccole e medie industrie e pubblici esercizi: Strutture in Agricoltura
www.ispesl.it/profili_di_rischio/_strutture_agricoltura/index.pdf



venerdì 8 aprile 2011

AGRICOLTURA: SORVEGLIANZA SANITARIA, PREVENZIONE DEI RISCHI, SALUTE E SICUREZZA NEL SETTORE CEREALICOLO

Negli ultimi decenni la crescente meccanicizzazione delle fasi lavorative quotidiane ha reso necessaria l’adozione di macchine e attrezzature (es.  trattore, mietitrebbiatrice, ect.) che rendono gli operatori che le utilizzano esposti direttamente o indirettamente a rischi durante lo svolgimento delle operazioni lavorative.

Rumore
Dalla “campagna di misurazioni effettuate con fonometro integratore durante l’esecuzione delle diverse tipologie di lavorazioni agricole (es. aratura, erpicatura, sarchiatura, semina grano, ecc.) svolte con trattori ed attrezzi trainati di tipo diverso, risulta che i livelli di rumore riscontrati appaiono elevati per quelle lavorazioni in cui è stata utilizzata una trattrice priva di cabina o con cabina mantenuta aperta, mentre risultano estremamente contenuti per lavorazioni che utilizzano trattrici di nuova generazione dotate di cabina insonorizzata e condizionata”.
Nel documento è presente una  tabella nella quale sono elencati alcuni modelli di trattori, in rapporto a varie fasi di lavoro, alle quali corrispondono esposizioni lavorative diverse.
Le attrezzature più rappresentative che generano i livelli più elevati di rumore “sono le trattrici prive di cabina per le quali il LAeq (i valori limite della normativa italiana sono espressi in termini di LAeq, ndr) frequentemente raggiunge valori compresi tra 85 e 95 dB(A), in funzione anche del tipo di operatrice utilizzata. Ancor più rumorose risultano le trattrici cingolate, per le quali il livello può facilmente superare i 100 dB(A). In tal caso, anche un utilizzo assai breve (es. 1 h) fa in modo che l’esposizione ricada nella classe di rischio più severa”.
Inoltre per quanto concerne l’influenza della macchina collegata al trattore, “si segnala che una attrezzatura dotata di utensili rotanti ad alta velocità (ad es. una zappatrice rotativa) che risulti assai prossima al posto di guida, può comportare, rispetto a una operatrice dotata di utensili fissi (ad. es. l’aratro), un notevole innalzamento del livello equivalente anche di 6 dB(A)”.
Infine “una categoria di macchine particolarmente rumorose è rappresentata dalle motozappatrici e dai motocoltivatori, siano essi equipaggiati di utensili per la lavorazione del terreno che per i lavori di falciatura. Queste macchine difficilmente espongono gli utilizzatori a livelli inferiori a 90 dB(A)”.
Il documento ricorda che la prevenzione del rischio rumore è regolamentata dal Decreto legislativo  81/2008 che fissa specifiche modalità di valutazione e nuovi limiti di esposizione per i lavoratori esposti.

Vi rimandiamo alla lettura delle linee guida in riferimento alle indicazioni per la valutazione dell’esposizione a rumore,  all’eliminazione o riduzione alla fonte del livello di rumore, ai suggerimenti relativi alla prevenzione primaria e ai dispositivi di protezione individuale.
Ricordiamo che riguardo alla prevenzione primaria “gli interventi di contenimento del rumore, intesi come bonifiche delle attrezzature già in essere, risultano quasi sempre inattuabili poiché si tratta di macchine che non si prestano a modifiche meccaniche, se non previste ed attuate dal costruttore stesso. Un intervento effettuato a posteriori, quale ad esempio l’interposizione di materiale fono isolante tra un motore e la sua cofanatura, può anzi pregiudicare seriamente il funzionamento dell’attrezzatura, venendo a costituire una fonte di pericolo per l’utilizzatore”. Un modo di controllare e mantenere ai minimi livelli il rumore prodotto dalle macchine agricole recenti è invece la cura in modo scrupoloso della manutenzione ordinaria e straordinaria delle macchine stesse.

Vibrazioni
Sono strumenti vibranti quegli “utensili meccanici, azionati da elettricità o da aria compressa, che hanno la prerogativa di sviluppare durante il loro impiego una serie di vibrazioni che si trasmettono al tratto mano-braccio degli utilizzatori. La conduzione di macchine agricole comporta inoltre la trasmissione a tutto il corpo, attraverso i sedili di guida, di vibrazioni a bassa frequenza. Questo tipo di vibrazioni è dovuto prevalentemente al funzionamento del motore, alla traslazione del mezzo e quindi al profilo irregolare del terreno, alle operazioni effettuate dall’attrezzo collegato alla macchina”.

Secondo alcuni studi su mezzi immatricolati tra il 1990 e il 2001, emerge  che diverse lavorazioni, anche se effettuate con lo stesso trattore, danno luogo a valori di vibrazioni notevolmente diversi mentre la stessa lavorazione agricola dà luogo a valori di vibrazione diverse in funzione della tipologia di attrezzo utilizzato.

Il D.Lgs. 81/2008 stabilisce che il datore di lavoro valuti o misuri i livelli di vibrazioni meccaniche a cui i lavoratori sono esposti.
Dopo aver riportato le indicazioni normative relative ai valori di esposizione a vibrazioni e alla eventuale sorveglianza sanitaria per i lavoratori esposti a livelli di vibrazioni superiori ai valori d’azione, le linee guida offrono alcune indicazioni relative alla prevenzione da adottare:
- la scelta di macchinari e attrezzature a minor grado di vibrazione;
- la manutenzione;
- la limitazione della durata di esposizione e la programmazione di periodi di riposo;
- l’assegnazione di dispositivi di protezione individuale.

Macroclima – esposizione a radiazione solare ultravioletta (UVA, UVB e UVC)
Ricordiamo che nel settore cerealicolo il tipo di lavoro svolto, prevalentemente all’aperto, “espone gli operatori a condizioni climatiche ambientali di ventilazione, umidità e di temperatura ( macroclima) spesso sfavorevoli”.  Tuttavia la “continua modernizzazione delle macchine e attrezzature impiegate limita notevolmente il disagio macroclimatico in quanto le recenti cabine dei mezzi quali trattori, mietitrebbiatrici e altre macchine, sono dotate di impianti di condizionamento dell’aria che, se viene effettuata una corretta manutenzione periodica, sono in grado di annullare o per lo meno contenere al minimo il discomfort dell’operatore che conduce il mezzo”.

Rimandandovi alle linee guida riguardo ai criteri per la valutazione del rischio macroclimatico e alle strategie di protezione dal sole, segnaliamo che “un valido programma di prevenzione delle lesioni instaurate in seguito all’esposizione a radiazione solare, dovrebbe comprendere :
- “la riduzione ai livelli più bassi ragionevolmente raggiungibili dell’esposizione a radiazioni UV;
 - l’ uso di dispositivi di protezione individuale quali ad esempio adatti copricapo contro l’azione prolungata dei raggi solari;
- l’individuazione dei soggetti maggiormente sensibili in sede preventiva;
- la formazione ed informazione dei lavoratori;
- la sorveglianza sanitaria con accertamenti preventivi e periodici”.

UOMML Brescia,  PSAL ASL Brescia, ASL Vallecamonica–Sebino (articolo PUNTOSICURO)
www.aslbrescia.it/media/documenti/rischi_agricoltura/LG%20prevenzione%20rischi%20nel%20settore%20cerealicolo.pdf

lunedì 31 gennaio 2011

AGRICOLTURA: Patologie Professionali

RISCHI PER LA SALUTE


Le statistiche correnti dell' INAIL verosimilmente sottostimano le patologie professionali in agricoltura e in genere la letteratura è carente di studi epidemiologici nel settore zootecnico. Elenchiamo di seguito le patologie professionali correlate con il lavoro che possono manifestarsi in coloro che operano in questo settore:

• Patologia respiratoria:
La più conosciuta e forse la più rara è la "Farmer's lung", l'alveolite allergica dovuta all'inalazione di muffe, in particolare durante le operazioni di manipolazione del fieno ammuffito.
Certamente più diffuse sono l'asma bronchiale e la bronchite aspecifica multifattoriale.

• Patologia cutanea
Nei lavoratori agricoli la cute è certamente l'apparato più frequentemente interessato da patologie su base irritativa ed allergica.
La natura del lavoro inoltre comporta una prolungata esposizione alle radiazioni ultraviolette responsabili dell'insorgenza di carcinomi cutanei.

• Zoonosi
Certamente il miglioramento delle condizioni ambientali e di lavoro ha drasticamente diminuito l'insorgenza di infezioni ed infestazioni professionali, ma è presumibile vi sia una sottostima del fenomeno.

• Stress
Gli studi esistenti depongono per l'esistenza di fattori stressogeni nell'ambiente agricolo; i sintomi, riferiti soprattutto nel sesso femminile e nei lavoratori di età superiore ai 50 anni, spesso sono legati ai ritmi di lavoro ed a fattori di tipo economico.

RISCHIO BIOLOGICO

Il titolo VIII del D.L.gs. 626/94 disciplina la protezione da agenti biologici, e le misure di prevenzione e protezione in esso riportate si applicano in quelle attività lavorative nelle quali vi è il contatto con animali e/o con prodotti di origine animale.
Nell'allegato XI del D.Lgs. 626/94 sono riportati gli agenti che direttamente o indirettamente possono causare malattie agli addetti del settore agricolo: Bacillus anthracis, brucelle, leptospire interrogans, pasteurelle, rickettsie, mycobacterium avium/bovis, echinococcus granulosus, entamoeba histolytica, leishmania, plasmodium falciparum, erysipelothrix rhusopathiae.

Le zoonosi vengono definite ''malattie e infezioni trasmissibili dall'animale vertebrato all'uomo e viceversa'' (Organizzazione Mondiale della Sanità). Esse vengono trasmesse all'uomo da animali da allevamento, da lavoro e selvatici.

Il terreno stesso con cui spesso l'addetto all'allevamento è a contatto costituisce un ambiente privilegiato dai microrganismi per vivere e moltiplicarsi (vibrione del tetano e larve di anchilostoma).

Le mansioni principalmente esponenti al rischio biologico in zootecnia sono la rimozione della lettiera e la pulizia dei ricoveri, la mungitura, la tosatura degli animali, l'assistenza sanitaria (terapia, assistenza al parto e
visita ginecologica), la distruzione delle carcasse e la distruzione di aborti ed invogli fetali.

Sarebbe importante conoscere le zoonosi che si manifestano con maggior frequenza; purtroppo esiste una carenza di dati sulle zoonosi professionali sia per le poche indagini epidemiologiche svolte sui lavoratori del settore sia per la difficoltà di diagnosi eziologica di alcune infezioni.

Osservando i dati sulla diffusione delle zoonosi negli allevamenti italiani si rileva come in Lombardia la più frequente sia la brucellosi, una malattia che colpisce più frequentemente bovini, ovini e suini, e si trasmette manipolando materiale della stalla o durante le operazioni di mungitura o nel contatto con materiale infetto come placenta e annessi fetali. La via di penetrazione del microrganismo è cutanea.

Prodotti d’uso:
I.     Concimi e fertilizzanti (obbligo di particolari DPI)
II.   Disinfettanti e antisettici (obbligo di particolari DPI)
III.   Disinfestanti (obbligo di particolari DPI)
IV.   Solventi, lubrificanti, coloranti (obbligo di particolari DPI)
V. Prodotti fitosanitari (obbligo di particolari DPI)
Esistono in letteratura studi che descrivono la presenza di prodotti e sostanze indesiderati, pericolosi soprattutto se presenti ad alte concentrazioni in ambienti chiusi come cantine, cisterne o concimaie: si tratta di
prodotti di degradazione e fermentazioni biologiche della materia organica come ammoniaca, idrogeno solforato, ossidi di azoto, ossido di carbonio, metano, anidride solforosa.

Concimi e fertilizzanti
>     composti azotati
>     composti fosfatici
>     composti potassici
>     composti calcarei
>     composti liquidi (ammoniaca)
Rischi:
•     esplosione
•     esalazioni pericolose
•     intossicazioni acute o croniche
•     effetto irritante per cute e mucose






Colture in SERRA: esposizione e rischio per gli operatori

E’ noto che la valutazione del rischio chimico si basa sulla misura della dose di prodotto assorbita dal lavoratore, e quindi su misure ambientali o biologiche condotte sul luogo di lavoro e sui lavoratori.


Tuttavia, in agricoltura non è realisticamente possibile effettuare una valutazione del rischio chimico tramite misurazioni dirette condotte in modo sistematico per la variabilità delle condizioni ambientali e dei compiti, la molteplicità della mansioni, i costi relativamente elevati e la scarsa rappresentatività delle analisi.

Definizioni da Direttiva 2009/128/CE

Utilizzatore professionale:
persona che utilizza i pesticidi nel corso di un’attività professionale, compresi gli operatori, i tecnici, gli imprenditori e i lavoratori autonomi, sia nel settore agricolo sia in altri settori;
Distributore: persona fisica o giuridica che rende disponibile sul mercato un pesticida, compresi i rivenditori all’ingrosso e al dettaglio, i venditori e i fornitori;
Consulente: persona che ha acquisito un’adeguata conoscenza e fornisce consulenza sulla difesa
fitosanitaria e sull’impiego sicuro dei pesticidi, nell’ambito professionale o di un servizio commerciale;

Difesa Integrata: attenta considerazione di tutti i metodi di protezione fitosanitaria disponibili e conseguente integrazione di misure appropriate intese a scoraggiare lo sviluppo di popolazioni di organismi nocivi e che mantengono l’uso dei prodotti fitosanitari e altre forme d’intervento a livelli che siano giustificati in termini economici ed ecologici e che riducono o minimizzano i rischi per la salute umana e per l’ambiente.
L’obiettivo prioritario della «difesa integrata» è la produzione di colture sane con metodi che perturbino il meno possibile gli ecosistemi agricoli e che promuovano i meccanismi naturali di controllo fitosanitario.

Buona pratica: La buona pratica nel trattamento agricolo è il frutto dell’analisi della lavorazione, effettuata considerando ogni singola fase. In particolare, tiene conto delle proprietà dei formulati utilizzati (prodotti chimici e tipo di formulazione), delle caratteristiche delle macchine e dell’irroratrice, ma anche dell’uso dei DPI, delle abitudini comportamentali personali e della formazione degli operatori addetti.
L’esame integrato di tali elementi permette di definire se le condizioni di sicurezza in azienda sono accettabili o se sono necessari interventi e, in caso affermativo, quali.

Con il concetto di “Buona Pratica” si intende quindi una modalità di lavoro nella quale, in base alla
valutazione condotta ed agli eventuali interventi migliorativi effettuati, il rischio possa essere considerato
ragionevolmente basso, e quindi accettabile.
Indumenti Barriera (esempio) CAMICE con certificazione categoria 3 tipo 5 - 6 protezione NBC 
  1.  Protezione CHIMICA categoria 3 tipo 4-b 
  2.  Protezione BIOLOGICA secondo la norma EN14126:2003 
  3.  Protezione NUCLEARE secondo la norma EN 1073-2 
  4. Proprietà antistatiche norme EN 1149
Adempimenti gestionali
Gli articoli 11 e 30 del D.Lgs. 81/08 e s.m. promuovono con forza i sistemi di gestione della sicurezza.
La buona prassi deve avvicinarsi per l’attività di interesse a queste logiche. E’ quindi indispensabile prevedere la documentabilità delle azioni critiche all’interno del processo di gestione. Tale aspetto, ancorché semplificato rispetto ai sistemi più strutturati, deve essere verificabile in caso di controllo. Gli adempimenti, e la connessa documentazione, necessari per rispettare la normativa in vigore e per garantire una buona gestione delle attività di trattamento con prodotti fitosanitari, sono:

Registro dei trattamenti: Mantenere aggiornato il registro compilando tutte le voci. Conservare le fatture d’acquisto in caso di prodotti molto tossici, tossici, nocivi.
Tenuta di un registro nominativo dei DPI e delle assegnazioni
Tenuta di un registro delle manutenzioni delle irroratrici e, se del caso (trattore cabinato e condizionato), del trattore utilizzato (filtri, guarnizioni, …)
Corretta tenuta del deposito aziendale
Documentazione relativa alla specifica formazione degli addetti (patentini, ecc.)
Documentazione relativa a procedure operative e cautele comportamentali

giovedì 28 gennaio 2010

Armadi e DPI per FITOSANITARI e FITOFARMACI





Armadi e DPI per FITOFARMACI # PESTICIDI # FITOSANITARI


MODALITA’ CONSERVAZIONE FITOFARMACI IN AZIENDA
(Direttiva 91/414/CEE)

I prodotti fitosanitari devono essere riposti in armadietto chiuso a chiave, opportunamente forato per evitare l’accumulo di vapori tossici. L’armadietto deve essere collocato in un locale arieggiato.
Se il quantitativo di prodotti detenuti in magazzino e’ consistente bisogna predisporre anche una ventola estrattrice.
All’esterno del magazzino devono essere collocati i relativi segnali di pericolo.


Deposito fitofarmaci (da Linee Guida Integrate DDG Sanità 5368 del 29.5.09)

Per il magazzinaggio dei prodotti  fitosanitari deve essere individuato in azienda
un locale dedicato con le seguenti caratteristiche:

• Locale chiuso o porzione di locale delimitato da cancelli o rete metallica, ad uso esclusivo in cui non sono stoccati altri prodotti o attrezzature se non direttamente collegate all’uso dei prodotti fitosanitari, ad esempio le attrezzature per la distribuzione;
• Pavimentazione in battuto di cemento o comunque lavabile per poter raccogliere eventuali accidentali versamenti; inoltre devono essere presenti un cordolo di contenimento;
• Locale sempre ben areato naturalmente. Qualora il deposito sia realizzato da una porzione di un locale più ampio, quale ad esempio il capannone per il rimessaggio macchine, l’aerazione è garantita naturalmente; qualora il locale sia dedicato provvedere ad un apertura diretta con l’esterno installando una griglia nella porta di accesso o su una finestra;
• Impianto elettrico sicuro e assenza nel locale di caldaie, bruciatori a gas o stufe elettriche;
• Modalità di conservazione che impediscano il deterioramento degli imballi utilizzando scaffalature o bancali di legno; è inoltre buona norma che nelle vicinanze sia presente materiale assorbente e attrezzatura per la raccolta di prodotti versati.

Quando i quantitativi utilizzati in azienda siano molto contenuti è sufficiente conservare i prodotti fitosanitari in un armadio chiuso a chiave, con griglia che consenta la ventilazione e provvisto all’interno di bacini di contenimento.
I requisiti sopra citati sono tratti per estensione, con le dovute semplificazioni, dal D.D.G. Sanità Regione Lombardia n° 13488 del 8.6.2001.





ARMADI PER FITOSANITARI E PESTICIDI versioni e misure

Armadi componibili per FITOSANITARI - dim 1075x500x1850H mm
Armadi componibili per FITOSANITARI - dim 575x500x1850H mm
Armadi componibili per FITOSANITARI - dim 1075x500x1100H mm
Armadi componibili per FITOSANITARI - dim 575x500x1100H mm
Armadi monoblocco per FITOSANITARI - dim 1000x460x1800H mm
Armadi monoblocco per FITOSANITARI - dim 1000x460x1000H mm
Armadi monoblocco per FITOSANITARI - dim 730x400x1600H mm zincati





Armadi di stoccaggio per prodotti pesticidi, fitosanitari od inquinanti per le acque, adatti allo stoccaggio di contenitori per sostanze liquide ed in polvere comburenti, tossiche (moderatamente tossiche), irritanti, nocive, corrosive (moderatamente corrosive) od inquinanti per le acque. Strutture di tipo monolitico rinforzate con bordi accuratamente arrotondati per la massima sicurezza dell’utilizzatore. Verniciatura con polveri epossidiche anticorrosive.



DEPOSITO, COMMERCIO E VENDITA DI PRODOTTI FITOSANITARI.
Circolare Ministero della Sanità 30 aprile. 1993 n. 15


Per assicurare il primo soccorso dovrà essere disponibile:
- cassetta di pronto soccorso
- doccia d’emergenza ubicata in zona facilmente e rapidamente accessibile dal deposito. Se risponde a queste caratteristiche può essere la stessa dei servizi igienici
- lava occhi di emergenza ubicato in zona facilmente e rapidamente accessibile dal deposito
- cartello segnaletico con i telefoni di emergenza






Nel mondo agricolo l’impiego di vari prodotti chimici di sintesi ha facilitato un aumento delle produzioni agricole, ma ha anche causato profonde modifiche nell’equilibrio degli ecosistemi e gravi ripercussioni sulla salubrità dei prodotti e sui rischi lavorativi degli operatori agricoli. 

Parliamo in particolare dei prodotti fitosanitari, una serie di sostanze chimiche sintetiche utilizzate per distruggere i parassiti in agricoltura; sostanze per lo più di natura tossica, se non addirittura cancerogene, che devono essere utilizzate e manipolate con grande attenzione.

Vediamo le indicazioni relative ad alcuni comportamenti corretti che possono portare ad una riduzione del rischio:

- “leggere attentamente le etichette e le schede di sicurezza di tutti i prodotti chimici utilizzati;
- segregare i prodotti fitosanitari in luoghi dove l’accesso è garantito solamente a personale qualificato;
- allontanare dall’area da trattare persone e animali;
- utilizzare i dispositivi di protezione individuale;
- effettuare le operazioni di trattamento quando il vento spira in maniera tale che la nube non investa l’operatore;
- effettuare le operazioni rispettando sempre il tempo di rientro, ossia il tempo che deve trascorrere tra l’ultimo trattamento e il diradamento, la potatura ecc.;
- durante i trattamenti, non mangiare, fumare e bere, eseguire correttamente le operazioni di pulizia degli ugelli delle macchine irroratrici;
- aver cura dell’ambiente dove tali operazioni vengono eseguite;
- utilizzare correttamente le macchine e provvedere costantemente alla loro revisione e manutenzione”.

Questi i DPI da utilizzare nelle specifiche fasi di lavoro:


- preparazione distribuzione: tuta, guanti, occhiali, stivali, copricapo, maschera;
- rientro nelle colture trattate senza rispetto del tempo di rientro: tuta, guanti, stivali, copricapo, maschera;
- rientro nelle colture trattate con rispetto del tempo di rientro: tuta, guanti, stivali.

Contattare le aziende "specializzate" di ANTINFORTUNISTICA in DPI per protezione Chimica Professionale (i canali di distribuzione generica NON conoscono i livelli di protezione).


In particolare l’operatore agricolo “dovrà indossare i dispositivi di protezione individuali già fin dal momento della preparazione della miscela che è la fase più critica in quanto comporta il contatto diretto con il prodotto fitosanitario allo stato puro o ad alta concentrazione. Questa fase comprende operazioni di pesatura del prodotto, miscelazione con acqua e travaso nel mezzo utilizzato per irrorare. La preparazione della miscela dovrà avvenire all’aperto, in assenza di vento e il più possibile vicino al campo da trattare”.

Non bisogna dimenticare, tra l’altro, che “l’impiego dei mezzi di protezione individuali determina sicuramente un elemento di disagio e può essere causa di numerosi inconvenienti. I dispositivi di protezione devono essere individuali poiché lo scambio fra più operatori, può essere causa di trasmissione di malattie. Il DPI deve essere compatibile con altri dispositivi quando vi è un utilizzo contemporaneo, non deve limitare o impedire i movimenti e deve essere funzionalmente pratico”.




Dal documento, che si sofferma nella descrizione dei vari DPI, prendiamo alcune notizie sulla tuta, il DPI “più importante per ridurre l’ esposizione dermale durante tutte le operazioni in cui si manipolano prodotti fitosanitari”.
La tuta “può essere di diversa fattura e fabbricata con qualsiasi materiale, purché sia idonea e certificata per il rischio chimico da cui ci si deve proteggere, e può essere composta da uno o due pezzi”.
Come abbiamo accennato l’aspetto di estrema rilevanza è la presenza della marcatura e della dichiarazione di conformità CE unitamente alla “nota informativa scritta che indichi che è in grado di proteggere l’operatore” in caso di contatto con prodotti fitosanitari.
La nota informativa, “che deve sempre accompagnare la tuta, fornisce indicazioni per la sua gestione (utilizzo e riutilizzo, decontaminazione, pulizia ed eventuale lavaggio, manutenzione, conservazione e smaltimento)”.
Si ricorda che “materiali sicuri e con buon comfort sono costituiti dal cotone impermeabilizzato, dal Tyvek (Pro-Tech Du Pont) o analoghe per certificazione come effetto barriera). Le tute di cotone si bagnano facilmente e, se non sono adeguatamente trattate con sostanze impermeabili, non forniscono una buona protezione. Già da qualche anno sono in commercio tute di materiali impermeabili, ma traspiranti, che rappresentano la soluzione ideale”.

Infine riprendiamo alcune avvertenze per un corretto impiego della tuta:

- “deve essere pulita e senza strappi; va calzata stretta sopra i guanti protettivi e sopra gli stivali; in pratica le maniche ed i pantaloni devono essere indossati all’esterno di guanti e stivali per evitare che, in caso di rovesciamento accidentale del PF (prodotto fitosanitario, ndr) concentrato o della miscela, il liquido stesso venga convogliato dalla tuta all’interno di guanti o calzature, a contatto con la pelle;

- il tutto deve offrire un buon equilibrio tra protezione e comfort; oltre a proteggere dalle sostanze tossiche deve, cioè, non limitare i movimenti, non impedire la sudorazione e quindi non deve essere troppo calda d’estate, non essere pesante, essere facilmente lavabile;

- se la nota informativa della tuta consente il suo periodico lavaggio ed il suo riutilizzo,questa non deve essere lavata contemporaneamente con altri indumenti che potrebbero contaminarsi; i residui di PF possono essere rimossi, in buona parte, utilizzando sapone comune (sapone di Marsiglia) e lasciando riposare il tessuto per un’ora in una soluzione di ipoclorito di sodio in acqua all’1% (nome commerciale: candeggina); dopo ogni utilizzo la tuta va esposta all’aria e al sole: ciò facilita la degradazione dei residui grazie all’azione delle radiazioni solari”.

Doccia di emergenza con Lavaocchi di emergenza  
(rif. Circolare 15/93 e Decreto Legge 81/2008)













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